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Embassy Hill


Graham Hill...
Un cavaliere vero il pilota britannico, due volte campione del mondo, che riesce a cavalcare non solo il rischio al volante, ma anche due delle tre grandi ere della Formula Uno: quella pionieristica e quella moderna. Hill non può raggiungere quella modernissima (l’attuale) che forse lo avrebbe visto ancora attivo come costruttore e/o team owner, proprio come quel Frank Williams all’epoca spesso costretto a schierare le sue monoposto dietro a quelle di ‘Baffo’ Hill.

Mi ero appassionato di Formula Uno a livello ‘’allerta rossa’’ durante lo storico e difficilmente descrivibile GP austriaco del 1975: quindi, a quel punto, nel mondo della massima espressione dell’automobilismo da corsa Hill era ‘’solo’’ un team manager, ma la sua gloria sportiva mi aveva raggiunto anche da bimbetto.  Lo conoscevo bene , come campione del mondo, per ‘’chiara’’ fama: erano gli anni di Stewart, Fittipaldi, Hill, McLaren, Hulme … nomi che le rare telecronache RAI rilanciavano nell’etere e ci raggiungevano come nomi sacri.
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Hill aveva iniziato a correre in F1 , appunto, nella stagione 1958, scattando su Lotus 15° al via di Montecarlo, e non concludendo la corsa per guai al motore. E proprio su quella pista monegasca, dopo 18 stagioni di F1, 180 Gran Premi (175 partenze) e 2 campionati del mondo vinti (1962 e 1968), che il buon Graham Hill comprende che il tempo è arrivato: quel tempo che lo deve vedere scendere dalla sua monoposto dopo le prove, perché non riesce a piazzarsi nello schieramento dei partenti (non si qualifica con la monoposto che porta il suo nome, derivata dalla Lola: è 21° su 26, partono solo in 18 e il distacco da Alan Jones, ultimo a entrare in griglia, è di 37 centesimi ).

Ma Hill non è tipo da farsi sorprendere: ha già capito che può restare in F1 come costruttore perché la sua esperienza è smisurata; per guidare la sua vettura punta su un connazionale, quel Tony Brise che ha fatto molto bene in F3, che ha vinto il Grovewood Award, riconoscimento per piloti emergenti, e che ha debuttato con la Williams suscitando un certo interesse in F1 in Spagna, in un giorno nero per la F1.

La gara sarà infatti interrotta quando Rolf Stommelen, proprio al volante di una Lola schierata dal team Hill, ed al comando della corsa, vola fra gli spettatori: quattro morti, fra questi un fotografo di origine italiana, De Rosa … Brise sarà così schierato, dopo Montecarlo, per rilanciare il team.
E quella seconda parte dell’annata 1975 sarà per Tony Brise molto speciale: subito in Belgio partirà in settima posizione; poi staccherà un sesto posto in Svezia, alla sua terza gara in F1; farà benone a Monza, partendo in terza fila; ma restando coinvolto nel pile up al secondo giro … troverà anche il tempo di correre sul circuito di Long Beach per Teddy Yip in F5000 e superare in staccata un certo Mario Andretti che a distanza di anni, pensando a quel sorpasso, ricorderà bene di aver provato molta ammirazione per quel pilota così coraggioso: ‘’ quel tizio, Brise: era qualcuno molto speciale’’.
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In quell’annata, che si chiuse col GP USA riportando il titolo a Maranello, come è noto, dopo 11 anni, molti tifosi e ragazzi appassionati che seguivano la F1 magari senza troppo approfondire lo confondevano con Pryce: la pronuncia simile, la scarsa attenzione mediatica italiana a tutto ciò che non era Ferrari, favorivano un po’ di confusione…  Una sera di fine novembre, mentre contavo i giorni che mancavano all’inizio del Mondiale di F1 1976, ascoltavo il telegiornale sport e l’annunciatore disse che il campione del mondo di Formula Uno Graham Hill era perito in un incidente aereo, di rientro da test privati. Con lui, erano morti anche i componenti del team.

Non c’era Internet; non c’era il Televideo; non avevo alcun modo di saperne di più.  Il giorno dopo mi precipitai in edicola e appresi i dettagli della morte di un campione affermato, come Graham Hill (ai comandi del velivolo) e scoprii che era morto anche un talento che doveva ancora essere riconosciuto come tale oltre il mondo degli addetti ai lavori.  Ma Tony Brise avrebbe davvero fatto molto, molto bene, probabilmente già in quella stagione 1976, per la quale i test si erano appena conclusi. Morirono col team principal e con il pilota il tecnico Andy Smallman; ed i meccanici Ray Brimble, Tony Alcock, Terry Richards.

Non ci sono dubbi che Graham Hill morì dopo aver dimostrato di essere un grande pilota, e di esserlo stato in un’era difficile e pericolosa. Pare che lo schianto avvenne perché Hill decise di scendere nonostante la nebbia in zona, per l’aeroporto di Elstree. Cambia purtroppo poco, capire se ci fu un errore umano, o meno. Graham Hill fu un grandissimo e lo dimostrò; Tony Brise fu certamente del calibro dei migliori piloti del mondo, come riuscì a far intuire a Zandvoort, sull’acqua, in quella corsa dove si impose per la prima volta James Hunt con la Hesketh (unico successo della scuderia) : in quella occasione Tony, su Hill, rimontò dal 12° al 5° posto su pista umida in pochi kilometri, ma dovette cambiare le gomme ed in quel tempo i cambi erano veramente una lotteria, con team che impiegavano 30 secondi e altri due minuti.

Un destino amaro, ed un ricordo intenso, mescolato a un sapore di rimpianto che cresce col passare del tempo, per ciò che riguarda il giovane Brise. Inoltre, per quanto riguarda Graham Hill, è piacevole ricordare non solo le sue straordinarie doti che lo avrebbero portato a vincere 5 volte a Montecarlo, quella pista dove inizia e si chiude la sua esperienza in F1: ma è necessario sottolineare che aveva stile, classe, personalità e sarebbe stato bello averlo ancora a lungo in un mondo che non si è mai troppo distinto per la presenza di veri ‘’lord’’


A cura di Francesco Falli