Nelson Piquet



Nelson Souto Maior, in arte Piquet, è stato protagonista della scena dalla fine degli anni settanta all'inizio degli anni novanta, lottando con successo con diverse generazioni di piloti, da Lauda e Reutemann fino a Schumacher, passando per Mansell, Senna e Prost. Dopo i primi successi nelle formule minori, approdò in Formula 1 nel 1978, prima con la Ensign, poi con una McLaren schierata dal team Liggett e infine con la Brabham, team per il quale si offrì anni inizialmente per svolgere alcuni lavoretti e con cui si legò per un accordo triennale, accettando un ingaggio molto modesto rispetto ad altri piloti in lizza per lo stesso posto. Nel 1979, penalizzato da una vettura non competitiva, raccolse solamente un quarto posto, ma si confrontò senza timori reverenziali con il compagno di squadra Lauda, che a fine stagione abbandonò lasciando al brasiliano quel ruolo di prima guida che venne confermato da un 1980 estremamente positivo, tanto che Piquet si trovò in testa al mondiale grazie al successo a Long Beach, alcuni piazzamenti e le due vittorie consecutive in Olanda e Italia, anche se il campionato si decise a favore di Jones, vittorioso al penultimo appuntamento in Canada e matematicamente campione in virtù del ritiro del rivale dopo un discusso contatto a inizio gara che costrinse il brasiliano a schierarsi per il secondo via con il muletto.

L'anno seguente la Williams sembrava ancora imbattibile: Reutemann si "ribellò" al caposquadra Jones e volò in testa al campionato, Piquet vinse due gare ma in seguito al ritiro in Inghilterra si trovò con soli 26 punti contro i 43 dell'argentino, il quale nella seconda parte della stagione subì un incredibile flessione e finì per cedere alla rimonta del brasiliano, quinto nell'appuntamento decisivo a Las Vegas, bravo a cogliere i punti necessari per vincere il primo mondiale per un solo punto, mentre Reutemann finì ottavo. Dopo una anno di transizione con una sola vittoria e l'importante passaggio dal Ford Cosworth al Bmw turbo, nel 1983 Piquet riuscì in un'altra rimonta mondiale: dopo aver vinto la prova inaugurale fu costretto ad assistere all'allungo di Prost, tentando di rintuzzare gli attacchi della Ferrari, in piena lotta per il titolo, trovandosi a tre gare dalla fine al terzo posto con ben tredici punti di distacco dal francese della Renault, divario annullato con due vittorie a Monza e Brands Hatch, seguite dal sorpasso decisivo a Kyalami, grazie ad un terzo posto che valse il mondiale grazie al ritiro del professione per problemi al turbo.

Fresco campione del mondo per la seconda volta, fu ridimensionato nelle due stagioni successive dai problemi di affidabilità della Brabham, ottenne infatti tre vittorie, numerose pole position e alcuni podi in mezzo a numerosi ritiri, situazione che lo portò ad allontanarsi dal team, trovando la giusta dimensione in Williams per il 1986, team con cui lottò subito per il titolo, grazie a quattro vittorie e numerosi piazzamenti, anche se all'ultima gara fu Alain Prost a spuntarla, sfruttando al meglio il rapporto conflittuale tra lo stesso Piquet e il compagno di squadra Mansell, situazione destinata ad esplodere successivamente con duelli in pista, tensioni ai box e dichiarazioni poco eleganti diffuse a mezzo stampa. Per Piquet il 1987 non partì bene, causa un serio incidente occorso al Tamburello di Imola durante le prove (per il quale il brasiliano riportò ripercussioni anche psicologiche) e una serie di piazzamenti cui Mansell rispose con tre vittorie; il momento di Piquet arrivò con i successi in Germania, Ungheria e Italia, i quali uniti alla costanza di risultati e a un maggior numero di ritiri del rivale (per lui sei vittorie ma meno piazzamenti) lo porto in testa con venti punti di distacco, sapientemente amministrati fino all'episodio decisivo, ovvero l'infortunio accaduto all'inglese durante le prove a Suzuka, la cui conseguenza fu la vittoria matematica del terzo titolo mondiale per Piquet, premiato dal Brasile con l'intestazione del circuito di Jacarepagua.

Il rapporto con la Williams era ormai deteriorato, pertanto Piquet cedette alle lusinghe della Lotus, team avviato ad un lungo declino, motivo per cui ad una prima anonima stagione la situazione si aggravò con la perdita dei motori Honda, relegando il tre volte campione del mondo a centro gruppo, con una mancata qualificazione in Belgio e soli dodici punti al termine del campionato.

Considerato dagli addetti ai lavori come campione a fine carriera, nel 1990 accettò un contratto in Benetton con stipendio relazionato ai punti conquistati, stupendo tutti con numerosi piazzamenti, il terzo posto nel mondiale e soprattutto con due vittorie negli ultimi due gran premi stagionali, a Suzuka e poi ad Adelaide, dove recuperò posizioni resistendo nel finale con grande esperienza agli attacchi della Ferrari dell'eterno rivale Mansell. Meno fortunata fu la stagione successiva, dove Piquet ottenne comunque ottimi risultati, oltre all'ultima vittoria, confrontandosi senza problemi nel finale di stagione con l'agguerrito nuovo compagno di squadra Michael Schumacher. Non trovando un accordo soddisfacente con la Benetton per il 1993, in mancanza di alternative competitive optò per il ritiro dalla Formula 1 e il passaggio in Indycar, dove subì un gravissimo infortunio durante le prove della 500 miglia di Indianapolis, tentando senza fortuna di rientrare dopo una lunga riabilitazione, decidendo infine di ritirarsi, tornando saltuariamente in pista per prove classiche. Durante la carriera ha saputo attirare pareri opposti per il suo carattere istintivo, tra siparietti divertenti (indimenticabili ad esempio le interviste con Ezio Zermiani) e dichiarazioni spesso poco lusinghiere nei confronti dei colleghi, ma per tutti gli appassionati rimane vivo il ricordo dell'uomo e del pilota Piquet, considerato tra i più rappresentativi per la categoria.

Video tributo a Piquet


Long Beach 1980: la prima di tante vittorie


Coraggioso sorpasso su Senna all'Hungaroring


I famosi siparietti di Piquet